La dottrina del non io – Misticismo Cristiano e Buddhista – Daisetsu Teitaro Suzuki


Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

La dottrina del non-io, non solo respinge l’idea di una sostanza dell’io, ma sottolinea anche come l’idea stessa dell’io sia un’illusione.
Fintanto che rimarremo in questo mondo di esistenze particolari, non potremo evitare di coltivare l’idea di un io individuale, ma ciò, se non altro, garantisce la sostanzialità dell’io.
La psicologia moderna ha infatti abolito l’entità dell’io.

Si tratta soltanto di una ipotesi utile per tirare avanti le nostre questioni pratiche.
Il problema dell’io deve essere portato nel campo della metafisica.
Per comprendere veramente ciò che intende Buddha quando dice che non vi è àtman, dobbiamo lasciare la psicologia dietro di noi, perchè affermare che non vi è àtman non basta se vogliamo veramente giungere al fine delle sofferenze ed essere così in pace con noi stessi e con il resto del mondo.

Dobbiamo possedere qualcosa di positivo se vogliamo vederci salvi in porto e con un sicuro ancoraggio.
Dobbiamo giungere ad un più ampio campo della Realtà dove entra in gioco l’intuizione prajna.
Sinchè vagheremo nel dominio dei sensi e dell’intelletto, l’idea dell’io individuale e la sua ombra ci perseguiteranno per sempre.

Ma l’io è qualcosa che sfugge sempre alla nostra presa: quando crediamo di averlo afferrato, ci troviamo tra le mani soltanto la spoglia di un serpente, mentre il vero io si trova altrove.
L’io-serpente umano è ricoperto da un’infinità di spoglie ed il cacciatore si troverà dopo non molto ad essere esausto.
L’io non può essere catturato dal di fuori, deve esserlo dal di dentro.

Questo è il compito del prajna.
La straordinaria opera del prajna consiste nell’afferrare l’attore nel mezzo della sua azione e non nel fermare l’azione allo scopo di essere visto come azione.
L’attore è l’agente e l’agente è l’attore e il prajna si risveglia al di fuori di questa unificazione o identificazione.

L’io non esce da se stesso per vedere se stesso; esso sta in se stesso e si vede rifleso in se stesso.
Ma quando tra l’io attore e l’io spettatore si apre una frattura, il prajna si dicotomizza e tutto è perduto.

Eckhart esprime la stessa esperienza nei termini della teologia cristiana.
Egli parla del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo e dell’Amore, parole che suonano poco familiari ad orecchie buddhiste, ma, leggendole con un certo grado di intuizione , troveremo che “l’amore con cui Egli (Dio) ama se stesso” è la stessa cosa dell’intuizione del prajna che vede nello stesso io.

Eckhart ci dice: “Dandoci il suo amore, Dio ci ha dato lo Spirito Santo in modo che noi lo si possa amare con lo stesso amore con cui egli ci ama. Noi amiamo Dio con il suo stesso amore e la consapevolezza di ciò ci deifica”.
L’amore del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre: questo amore reciproco, cioè amore che ama se stesso, è, nella terminologia Zen, uno specchio che ne riflette un altro senza ombre frapposte.

Eckhart chiama ciò “l’azione che si svolge nella natura del Padre. L’azione e colui di fronte alla quale essa si svolge sono la stessa cosa”.
E continua:
Questa azione si è svolta eternamente di fronte a tutte le nature. Come è scritto nel Libro della Saggezza: ‘Precedentemente alle creature nell’ora eterna io ho agito di fronte al Padre in una quiete eterna’. Il Figlio ha agito eternamente di fronte al Padre, come il Padre di fronte al Figlio e la loro azione congiunta è lo Spirito Santo in cui entrambi si rallegrano, ed esso si rallegra in loro. Azione e attori sono la stessa cosa. La loro natura procede in sé. ‘Dio è una fontana che zampilla in se stessa’ come dice San Dionigi”.

L’intuizione prajna nasce in se stessa e ritorna in se stessa.
L’io, o ego, che ha costantemente eluso la nostra osservazione razionale può essere afferrato almeno quando giunge a portata dell’intuizione prajna, che non è altro che l’io.

I buddhisti parlano generalmente dell’assenza dell’io (anatta o anatmya) in tutte le cose, ma dimenticano che tale assenza nelle cose non può essere veramente compresa finchè le cose stesse non siano viste con gli occhi dell’intuizione del prajna.
L’annientamento psicologico di una sostanza dell’io non è sufficiente perchè questo oscura la luce negli occhi del prajna.

Eckhart dice: “Dio è una luce che illumina se stessa nella quiete silente”.
Fin quando il nostro occhio intellettualmente analitico segue ardentemente l’ombra della Realtà dicotomizzandola, non vi sarà calma silente di identità assoluta dove il prajna si vede riflesso in se stesso.

Eckhart è in accordo con l’esperienza buddhista quando prosegue dicendo: “La Parola del Padre non è altro che la sua comprensione di se stesso. La comprensione del Padre comprende che egli comprende, e che la sua comprensione che comprende è la stessa che è lui a comprendere. Vale a dire, la luce della luce”.

L’analisi psicologica che non può andare oltre, o più in profondità, della mancanza dell’io nell’io psicologico, tralascia di scrutare la mancanza dell’io in tutte le cose (dharma), mancanza che, all’occhio dell’intuizione del prajna, non appare come qualcosa che abbia un semplice valore privativo, ma come una cosa piena di infinite possibilità.

Soltanto quando l’occhio del prajna scruta la natura di tutte le cose (sarvadharma o sabbe dhamma), la loro mancanza dell’io mostra positiva energia costruttiva, anzitutto dissipando le nubi del Maya, demolendo ogni struttura illusionistica, creando così, alla fine, un mondo di valori completamente nuovi, basato sul prajna (saggezza) e sul karuna (amore).

L’illuminazione-esperienza, quindi, significa andare oltre il mondo della psicologia, aprire l’occhio del prajna e scrutare nel regno dell’Ultima Realtà, ed approdare sull’altra riva del fiume del samsara, dove tutte le cose sono viste nel loro stato di medesimalità, nel modo della purezza.

tratto dal libro “Misticismo Cristiano e Buddhista” di Daisetsu Teitaro Suzuki

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