Il mondo immaginale di Hillman – Anna Benvenuti


Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

A partire da un ricordo di James Hillman.
Quando il 5 maggio del 1996 Hillman venne a tenere una lezione su Paranoia e Psicopatia al Centro Italiano di Psicologia Analitica molti di noi analisti junghiani lo conoscevano già; lo avevano già letto, aveva già scritto molti dei suoi libri.
La sala era strapiena.
E lui chiedeva esplicitamente un dialogo, sollecitava domande dal pubblico.
Stava cercando di approfondire il tema “Paranoia e Psicopatia”, di renderlo comprensibile anche attraverso un confronto.
Una delle sue definizioni fu: “La psicopatia è il problema di assenza di anima”.

A me venne subito in mente la scena di un film, così feci questa domanda.
“In Apocalypse Now, uno dei soldati chiede a un superiore, molto vicino al Generale, nel film impersonato da Marlon Brando, se quest’ultimo non sia impazzito visto tutte le efferatezze che sta ordinando.
Il superiore risponde: No, non è impazzito, la sua mente è sana, è la sua anima che è malata”.

Hillman ringraziò per l’esempio come sempre faceva con tutti.
Aggiunse che ciò che avevo detto ci aiutava a capire e andò avanti ricordando che nel 1835 un medico inglese di nome James C. Prichard dava una descrizione della psicopatia come “insanità morale”.
Cosa avevo capito io in quel momento?
Avevo compreso ciò che lui stava spiegando attraverso l’apparire di un immagine (la scena del film), ed era quell’immagine a rendere più comprensibili concetti apparentemente astratti come psicopatia, il patire della psiche, la psiche sofferente per una malattia dell’anima.
Questo era il mondo immaginale cui Hillman si riferiva ormai da tempo, il mondo immaginale senza il quale la comprensione resta dominio di un Apollo scisso da Hermes, di un Apollo privo delle ali ai piedi.

Hillman cercò fin dai suoi esordi di comprendere cosa rendesse l’anima dell’uomo del XX secolo così malata.
Jung aveva già scritto a lettere cubitali che “la nevrosi è il tentativo individuale di curare la malattia della società”.
Hillman spostò la sua attenzione dall’individuo al mondo: è il mondo ad essere malato.
Questa è la malattia dell’Occidente: una civiltà che ha perso la capacità di immaginare.
Il monoteismo della Ragione, creando una scissione tra immaginazione e ragione ha creato una specie di blocco che impedisce l’aspetto creativo della psiche.

La ricerca di Hillman diviene un percorso all’indietro, all’inseguimento di tracce che possano portare alle origini del malessere, nel tentativo di scoprire quando era accaduto e perchè la ragione si era opposta all’immaginazione finendo con l’esaltare un solo razionale, intellettuale, volitivo, che “Non includeva l’immaginazione. L’immaginazione divenne estranea all’io. Essa andò più o meno perduta, fino a che non fu riscoperta e chiamata inconscio, perchè aveva perso il contatto con la coscienza”.

Fu un percorso verso il basso, nel profondo, che lo portò a vivere molto tempo in Europa, dove c’erano ancora le orme di una cultura antica, che un’America, così abile invece nel proiettarsi verso il futuro forse non poteva offrire.
Non ci sorprenda quindi che per molti figli dell’Illuminismo, figli di un Apollo strabordante, di un Io superegoico, convinto di essere ormai capace di dominare il mondo, la scoperta dell’inconscio, la scoperta dell’Io di non essere più padrone in casa propria, abbia significato una grande umiliazione.
Non meravigliamoci quindi delle grandi resistenze alla psicoanalisi.

Hillman parla della scoperta dell’inconscio come di una “cultura” nuova che irrompe nella società del XX secolo.
“La cultura esplode, spunta come una coltura di batteri. Può essere aiutata o ostacolata dalla civiltà, ma la cultura può essere totalmente autonoma… L’aspetto incausato, astorico, atemporale della cultura è contraddistinto soprattutto dalla sorpresa… la psicoterapia, più delle arti, è impegnata nel riportare l’anima dalla Prosa alla Poesia… La terapia riscatta il mondo sottile delle immagini dal mondo grossolano dei fatti, e volge l’anima verso gli Dei… con l’intento di guarire l’anima… offrendole una nuova storia per le sue immagini.
Questa “storia”, questa finzione, l’ho chiamata ‘base poetica della mente’ ”.
E poiché la psicoterapia muove l’anima attraverso le immagini, la poesia non può che esserle compagna.

Hillman conosce bene Corbin, lo conosce già dai tempi della sua frequentazione dello Jung Institute di Zurigo.
E per Corbin l’immaginazione non ha nulla a che fare con la fantasticheria.
“L’immaginale, a differenza dell’immaginario non è mai innocuo: esso può far sì che le cose tornino ad essere inquietanti e non familiari, sfuggenti ai codici con i quali vorremmo interpretarle.”
L’immaginazione – non l’immaginario, né la fantasticheria – è la facoltà di dare forma e dimensione a quella regione dell’essere che sta tra il mondo empirico dei sensi e il mondo astratto dei concetti.
Strettamente connessa al senso della vista, tanto da essere considerata “l’occhio interiore” (viene anche in mente Wittgenstein e il suo “non pensare, ma guarda”) può essere intesa come facoltà di rendere visibile ciò che visibile non è, di rendere presente ciò che prima non era presente.

Privi della facoltà di immaginare non avremmo accesso a “quell’intermondo” dove i contenuti inconsci trovano espressione e dove prendono forma il non-ancora-detto e il non-ancora-pensato, dove le cose possono essere colte non solo nel loro essere così come sono, ma anche nel modo del poter essere altrimenti.
Lasciando parlare le immagini lasciamo parlare l’Anima, così le immagini ridanno Anima alla vita.
Questa è la capacità creativa dell’Anima.
Hillman la chiamò Anima Mundi.

Così Hillman contestò il Dio unico, il monoteismo della ragione e fece riemergere dalle profondità dell’Anima i molteplici Dei che la abitano.
A differenza dell’assoluto concettuale, che stabilisca un significato valido per sempre, e quindi atemporale, l’immaginazione riapre le porte del divenire, dà di nuovo inizio alla storia.
In questa accezione l’immaginazione riacquista la sua funzione cognitiva, e un oggetto immaginale non è qualcosa di non esistente, ma qualcosa di ordine diverso.
Perciò le storie così costruite sono “storie che curano”, perchè aprono alla possibilità di una narrazione nuova, diversa non solo da quella che ci siamo costruiti, ma anche da quella che di noi fanno gli altri.

Il pensiero del mondo immaginale è un pensiero poetante, non resta chiuso nelle regole della logica, né nelle strettoie dell’aut aut.
“Anche il passato viene ri-narrato e trova una nuova coerenza interna.
Una diagnosi infatti è una gnosi, in modo di conoscenza di sè che crea nella sua immagine un cosmo.”

Hillman non è solo nell’addentrarsi in questo nuovo discorso della psiche.
Già Jung diceva che la psiche consiste essenzialmente in immagini.
Mario Trevi: “…La ricchezza immaginale dell’uomo… fa parte di una struttura fondamentale capace di determinare proprio quelle condizioni che costituiscono l’individuo come produttore di cultura. La vita immaginale dell’uomo fa parte della struttura, non della sovrastruttura”.
La mente, afferma Hillman, è fondata nella sua stessa attività narrativa, nel suo fare fantasia.
Questo fare è poièsis.

Platone chiamò poièsis il far passare le cose dal non essere all’essere, il rendere visibile ciò che visibile non era.
La poesia è quindi un atto creativo, come indica la parola, che è il nome di azione di poiein, che significa “fare”, “creare”.
Questo far apparire ciò che prima non era visibile si accosta all’idea di Heidegger di alètheia, dello svelamento, del non nascondimento dell’essere che Heidegger considera prodotto dell’opera d’arte che, attraverso l’immagine, “viene a stare nella luce del suo essere”, nella sua verità.
E aggiunse che l’uomo non aveva ancora imparato a pensare, poiché usava il “pensiero calcolante” e non il “pensiero poetante”.

La pratica stessa della psicoterapia trova nell’incapacità di immaginare un duro ostacolo al cambiamento, perchè per cambiare storia è necessaria la capacità di immaginare un’altra storia.
Un’immagine: una breve storia Zen:
Il maestro pone questo quesito ai discepoli:
“Immaginate di avere dinanzi a voi in uomo che sta attaccato a due rami che spuntano da una roccia e sopra di sé ha una tigre e sotto di sé il baratro. Che fare?”
Il quesito cadde nel silenzio più totale, finchè il più giovane dei discepoli disse con voce sofferente: “Maestro, cambia storia”.
Allora il maestro disse:
“Provate a immaginare quello stesso uomo che sta passeggiando in un prato e raccoglie fiori”.

Ma per poter cambiare storia bisogna essere capaci di immaginare un’altra storia.

Tratto dalla rivista Anima e Terra Aprile 2012

fonti:

https://filosofiaeretica.wordpress.com/2017/05/16/il-mondo-immaginale-di-hillman-anna-benvenuti/

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